L’isola dei Leoni

by Rosa Maria Tomasello
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L’autunno è alle porte.

In realtà è già entrato, da oltre un mese, ma in Sicilia non ce ne saremmo accorti, se non fosse per la natura che, prepotente, segue il suo corso.

È un anno drammatico quello che stiamo vivendo, nulla è certo.

Ma ci sono cose che restano ferme, nella nostra memoria e nelle nostre fotografie.

Per questo vi voglio raccontare di un viaggio in Sicilia.

Il Castello di Santa Caterina

Siamo a Favignana, isoletta all’apparenza brulla ed impervia dove spicca tra tutti un nome, quello della famiglia Florio, riportato alla ribalta grazie ad un romanzo appassionante e coinvolgente: I Leoni di Sicilia, di Stefania Auci.

Ignazio e Paolo Florio si trasferiscono in Sicilia, a Palermo, in seguito ad un grave terremoto che aveva colpito il paese in cui vivevano, Bagnara Calabra, nel 1799.

Già commercianti, a Palermo impiantano una “drogheria” e ben presto diventano i più grandi distributori di spezie e grazie al “cortice”, la corteccia dell’albero della china, potente febbrifugo indispensabile durante l’epidemia di malaria, stabilizzano la loro fortuna.

Nasce così la loro insegna: un leone ferito che si abbevera in un ruscello in cui si immergono le radici dell’albero della china.

L’insegna

Da qui è tutta una salita e Vincenzo, il figlio di Paolo prematuramente deceduto, con l’importante guida dello zio Ignazio, non si ferma davanti a niente e a nessuno. Pur di mantenere le attività produttive e fiorenti non disdegna di favorire i politici di turno siano essi monarchici, repubblicani o ribelli.

Il nome Florio non è legato solo al Marsala ma anche allo zolfo, alla seta al cotone, al cognac, ai cantieri navali, al tabacco e al tonno.

Casa Florio

A Favignana Vincenzo prende in affitto dai Pallavicino la tonnara con un contratto di 18 anni. Nonostante l’attività producesse ottimi profitti, nel 1859 Vincenzo rescisse il contratto, facendo subentrare nell’affitto il genovese Giulio Drago, a cui si deve la realizzazione del primo nucleo dello Stabilimento Florio ed importanti innovazioni nel settore della lavorazione del tonno. Nel 1868 Vincenzo morì, lasciando un immenso patrimonio al figlio Ignazio (senior), che fu uomo intelligente e lungimirante: nel 1874 acquistò di le Egadi insieme ai diritti di terra e di mare.

La Tonnara _ Museo stabilimento Florio

La pesca del tonno ha origini antichissime. Ma è nel mar Mediterraneo che si affina la tecnica perché i tonni rossi vi entravano, tra aprile e maggio, dallo stretto di Gibilterra carichi di uova e pronti per deporle.

Questi flussi migratori erano noti ai pescatori che affinano la tecnica della pesca con un sistema di reti a camere, con lunghezza fino a 5 km, che, come in un labirinto, imprigionano i tonni fino a condurli nella camera della morte, dove avviene appunto la “mattanza”.

La mattanza a Favignana avveniva tra maggio e giugno (l’ultima ha avuto luogo nel 2007), in diverse tornate, man mano che le reti si riempivano al passaggio dei branchi di tonni, dopo comunque che le uova erano state deposte.

La mattanza

I pescatori sono comandati dal “rais” che nella sua piccola imbarcazione al centro della camera della morte, stabilisce quando aprire le camere, far passare i tonni, arpionarli ed issarli sulle barche. Conclusa la mattanza le barche, le muciare, rompono il quadrato e s’incolonnano in processione dietro il vascello che per primo entra nel porto.

Durante tutto il periodo della pesca i tonnaroti cantano le Cialome, antichissimi canti popolari di origine araba senza dimenticare di ingraziarsi Dio, la Madonna e i Santi cristiani per poter godere di una abbondante pesca.

Al tempo dei Florio e dell’attività dello Stabilimento, oggi trasformato in museo, il tonno era lavorato e confezionato in latte, prima sotto sale e successivamente sott’olio, per la lunga conservazione.

Il packaging

L’ex stabilimento Florio è un’architettura industriale perfetta che, insieme alla costruzione del Palazzo Florio, commissionata al famoso architetto Damiani Almeyda, e della Camparia, trasformarono l’intero arco portuale dell’isola.

Addentrandoci a Favignana, strade sterrate e tra calette, case di personaggi famosi come Daniele Silvestri, che non è difficile incontrare per strada, scopriamo altre storie, altri mondi.

La Tonnara _ Museo stabilimento Florio _ vista interna

Ci sono le cave di calcarenite (erroneamente chiamate cave di tufo) una pietra porosa, utilizzata in particolare nell’edilizia, molto pregiata sia per la compattezza e grana fine, sia per il color bianco dovuto ad una particolare concentrazione di calcio.

la Cava

Nelle cave dette “pirrere” i mastri cavatori (i pirriaturi), con l’ausilio di semplici arnesi manuali, hanno modificato il paesaggio, lasciando vaste voragini nel terreno nel caso delle cave a cielo aperto, o un dedalo di gallerie, cunicoli ed ambienti nel caso delle cave in grotta.

Ed è in una di queste ex-cave che troviamo un meraviglioso giardino ipogeo nato grazie alla caparbietà di una donna, Maria Gabriella Campo che, in trent’anni di lavoro e dedizione, andando contro tutti quelli che le dicevano che si stava cimentando in un’impresa impossibile, con la sua tenacia e il suo amore per il territorio, è riuscita a dare vita a un “gigantesco eden sommerso”.

Il giardino segreto

Grazie alla signora Gabriella possiamo oggi ammirare incantati piante che provengono dalla più svariate parti del mondo, immersi nella storia dell’isola, dei suoi pirriaturi, dell’intreccio di colori e varietà, che in una convivenza silenziosa e pacifica ci insegnano che vivere nell’accoglienza del diverso non è poi un’impresa così impossibile.

Favignana

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geo
geo 4 Novembre 2020 - 17:20

L’articolo è molto bello, complimenti Rosa Maria!

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