Tutti pazzi per il cioccolato! Parte prima

by Rosa Maria Tomasello
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Il titolo non ci dice nulla di nuovo: conoscete qualcuno che sappia resistere alla tentazione di far sciogliere in bocca o mordere con i denti e poi masticare un pezzo di cioccolato? Che sia fondente, al latte, con l’aggiunta di nocciole, pistacchio, arancia, peperoncino o zenzero siamo tutti sedotti da questo derivato del frutto del cacao originario dell’Amazzonia.

Inoltre se volete una favola nuova da raccontare ai vostri bambini, che siano figli o nipoti, leggete di seguito cosa narra un’antichissima leggenda azteca.

Quando il dio Quetzalcóatl scese sulla terra per donare l’agricoltura, le scienze e le arti agli esseri umani, si innamorò e sposò una bella principessa di Tula. Per i festeggiamenti diede vita a un paradiso in cui l’acqua sgorgava limpida e cristallina, il cotone cresceva in diversi colori e si trovavano ogni tipo di pietre preziose, piante e alberi, fra cui risaltava il cacahuaquahitl, o albero del cacao.

Ma il frutto di quest’albero era proibito perché cibo degli dei, che vollero vendicarsi di Quetzalcóatl, per averlo affidato agli uomini, e uccisero sua moglie. Disperato il dio pianse sulla terra insanguinata e lì crebbe un albero con il miglior cacao del mondo:
«il cui frutto era amaro come la sofferenza, forte come la virtù e rosso come il sangue della principessa».

Il cacao è un albero originario dell’Amazzonia ma si diffuse, intorno al II millennio a.C., nella Mesoamerica, l’estesa regione formata dal Messico e dall’America Centrale, luogo in cui venne manipolato fino all’ottenimento della varietà conosciuta come criolla, dal sapore più delicato e meno amaro rispetto al cacao dell’America del Sud. I primi mesoamericani a utilizzare il cacao furono gli olmechi (120 0 – 40 0 a.C.), ma non si hanno molte informazioni sull’uso che ne facevano.

L’albero del cacao richiede alcune condizioni specifiche per crescere: fiorisce solo in aree tropicali con una temperatura superiore ai 18 °C e a un’altitudine inferiore ai 125 metri in zone ombreggiate. In Mesoamerica cresceva solo nel Chiapase, nel Tabasco e in Guatemala. I suoi frutti impiegano a maturare fra i quattro e i sei mesi, e una volta colti devono essere aperti a mano per trarne le fave di cacao. Si raccolgono attraverso il metodo della bacchiatura, colpendo i rami dell’albero con una lunga pertica affinché i frutti cadano  a terra.

Tanto per la crescita in un’area ridotta, quanto per la complessità della sua lavorazione il cacao era un prodotto pregiato nella società mesoamericana. Iniziò ad acquisire più rilievo nel Periodo classico (150 – 900 d.C.), soprattutto fra i maya, che lo ritenevano sacro in ognuna delle sue forme. Nelle manifestazioni artistiche di questa cultura, il cacao viene rappresentato su ogni tipo di supporto – vasi, rilievi o codici – e sempre in presenza di personaggi di alto rango intenti a officiare cerimonie importanti. L’abbondanza di rappresentazioni nelle terre maya non deve sorprenderci, perché è appunto in questa regione che cresceva l’albero del cacao.

Il cacao aveva un ruolo predominante a livello religioso e simbolico e faceva parte del rituale pre-ispanico. A volte assumeva il ruolo di albero cosmico, associato al sud e pertanto all’inframondo (il luogo sotterraneo e subacqueo il cui si accedeva dopo la morte superando dure prove), forse perché vegetava in luoghi ombreggiati. Il suo simbolismo nasceva per opposizione a un’altra delle coltivazioni principali dell’area, il mais che al contrario rappresentava la luce e la vita, opposto del cacao, che era associato all’oscurità e alla morte. Ma, soprattutto, il cacao era legato al sangue e al sacrificio per via del suo colore: l’aspetto della cabossa, il frutto, ricordava il cuore, che al suo interno conserva il liquido prezioso. In alcuni casi alla bevanda veniva aggiunto l’achiote, un colorante rosso che tingeva le labbra di chi la beveva dando l’impressione che fossero sporche di sangue.

La semina e la coltivazione del cacao erano legati ad alcuni riti alfine di assicurare un raccolto abbondante. Per citarne uno gli agricoltori maya, che producevano cacao tutto il Mesoamerica, osservavano l’astinenza sessuale per tredici notti prima di seminarlo; la quattordicesima notte potevano giacere con le proprie mogli e iniziare allora i lavori agricoli.
Durante questo processo avevano bisogno di sangue animale e umano per fertilizzare la terra, quindi sacrificavano un cane su cui avevano dipinto una macchia color cioccolato, mentre gli uomini offrivano agli dei i semi e il loro stesso sangue, che estraevano da diverse parti del corpo e con cui macchiavano le immagini divine. Il cacao era anche presente nelle cerimonie sociali. Durante i matrimoni, gli sposi condividevano una tazza di cioccolata come simbolo dell’unione del loro sangue, ovvero, del loro lignaggio.

Il cacao faceva anche parte del corredo funebre, sicuramente con la funzione di alimentare i defunti nel loro percorso verso l’inframondo. Questo costume si mantenne in alcune comunità di Oaxaca (Messico) fino alla prima metà del XX secolo, e ancora ai nostri giorni il cacao non manca in nessuna delle sue forme.
Il cacao inoltre ha numerose virtù terapeutiche: gli impieghi a scopo officinale e cosmetico erano innumerevoli. L’olio che si estrae dai semi veniva utilizzato come aromatizzante, con il burro di cacao ottenuto dal grasso dei semi si preparavano unguenti e pomate per trattare secchezza della pelle, ustioni, labbra screpolate ecc. Come bevanda non era soltanto deliziosa e rinfrescante, ma, in base alle aggiunte, risultava anche energetica, afrodisiaca o allucinogena. Un alimento divino con cui Quetzalcóatl aveva premiato gli uomini e che dall’America era riuscito a conquistare il mondo.

Prossimamente vi racconteremo come in Sicilia, più esattamente a Modica, viene lavorato il cacao proprio con il metodo che gli spagnoli avevano imparato dagli Aztechi… e quindi restate sintonizzati su Cuor di Zenzero!

(Fonte Storica National Geographic agosto 2016)

Rosa Maria

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