Il cibo nei campi di concentramento… per non dimenticare

by geo
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Quante delle nostre convinzioni dipendono dalle cose che sappiamo o che non sappiamo?

La conoscenza determina gran parte delle nostre azioni e determina anche l’empatia (letteralmente Sentire dentro), ovvero la capacità di comprendere le emozioni degli altri, sia negative che positive.

Non si comprende ciò che non si conosce e soprattutto, si ha paura di ciò che non si conosce. Le persone antisociali, i criminali per intenderci, sono caratterizzate da bassissimi livelli di empatia.

Quando la mancanza di empatia si diffonde globalmente ad un intero popolo avvengono fenomeni come la Shoah (ovviamente non è l’unica causa).

Questa è la settimana in cui si celebra la giornata della memoria, il 27 gennaio per esattezza e, noi di cuor di zenzero riteniamo opportuno, maggiormente in un momento storico in cui assistiamo alla diffusione di nuovo odio e nuove paure, ricordare a cosa ha portato la follia dell’uomo. Lo facciamo attraverso il racconto del cibo, ricordando che la mancanza di esso, conduce l’uomo alla schiavitù e alla morte.

Della Shoah sappiamo quasi tutto: come venivano separate, deportate e sterminate intere famiglie attraverso i forni crematori ma forse, la prima immagine che ci viene in mente è quella di uomini con i capelli rasati e chiari segni di malnutrizione che ci fissano da dietro un filo spinato. Il freddo, il duro lavoro e la fame ne fiaccavano lo spirito prima ancora che il corpo, ma molti sono morti di stenti, soprattutto i bambini.

Nella maggior parte dei lager i tre pasti giornalieri non arrivavano alle 1300 calorie, una quantità insufficiente per affrontare le temperature sotto lo zero e il duro lavoro e questo perché le provviste destinate ai prigionieri, erano saccheggiate sistematicamente dalle SS che prendevano per le proprie famiglie gli alimenti migliori: salsicce, margarina,  uova e carne.

La colazione non era costituita da altro che una brodaglia di surrogato di caffè e infuso di erbe con circa 5 grammi di zucchero, mentre a pranzo veniva distribuita una zuppa di rape, patate o cavoli e minime quantità di carne o di grasso spesso putrefatta perché per prepararla erano utilizzati cascami (scarti provenienti dalla lavorazione di altri prodotti, ad esempio carne o pollame) non ripuliti, quindi vi si potevano trovare vermi o tracce di altri materiali; molte volte capitava che la zuppa fosse distribuita fredda.

La cena della sera consisteva in circa 300 gr di pane duro, ammuffito e stantio, con mezzo litro di surrogato di caffè o erbe e  un supplemento che variava di volta in volta: 20 gr di salame, un cucchiaio di marmellata, 30 gr di margarina o di giuncata (un tipo di formaggio di latte ovino).

Spesso i prigionieri erano costretti a rovistare nei bidoni della spazzatura per garantirsi la sopravvivenza e consumavano scarti di verdure o pelli crude che portavano malattie come la dissenteria. In ogni caso il tipo di alimentazione causava un lento deperimento organico che conduceva alla morte. I prigionieri in deperimento organico erano chiamati “mussulmani” e il loro aspetto era simile a quello di scheletri, con le ossa ricoperte da pochissima pelle, lo sguardo perso nel vuoto e l’incapacità di sorreggere il peso del proprio corpo; altri sintomi del deperimento organico erano psichici, i prigionieri si dissociavano dalla realtà, erano apatici e arrivavano alla perdita della memoria.

Il 75% dei prigionieri di Auschwitz soffrivano di mal nutrizione (pesavano tra i 30 e i 40 kg) e la loro sopravvivenza variava dai tre ai sei mesi. Dipendeva dal tipo di lavoro svolto, ma anche dalla capacità di trovare delle provviste supplementari, rubandole o procurandosele in altri modi, con l’aiuto della famiglia o con lavori extra per cui erano premiati. Uno di questi era seppellire i cadaveri.

Quando i campi di concentramento furono aperti, i prigionieri erano ridotti così male che molti morirono per l’incapacità del loro corpo di tornare a digerire una normale quantità di cibo.

Tutto questo può sembrare lontano dal nostro tempo e ancor più dal nostro stile di vita, eppure se voltiamo la testa settant’anni non sono così tanti e nel mondo c’è chi ancora parla di lanciare la “bomba”; ancora troppo odio tra gli uomini e credo sia un forte dolore per chi come me crede in un’unica razza.

La razza umana.

Georgia De Angelis

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