Breve storia del vin giocondo

by geo
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SE SI POTESSE…

Se si potesse in un tino
 Spremer con agili dita
 La poesia dalla vita
 Come dai grappoli il vino!…

E innebriarsi di quella
 Come d’un vino giocondo,
 Ricreando il vecchio mondo
 In una ebrezza novella!…

Spremer la dolce follia
 Da tutti i grappoli!… Bere
 In un pulito bicchiere!…
 E i graspi buttarli via!…
Bere, guardando allo insù!…

 Poi, dopo avere bevuto,
 Dire: Bicchier, ti saluto!
 Non voglio bevere più.

Arturo Graf 

Il vino ha antichissime origini, pare che la vite fosse già coltivata nel settimo millennio a.C. nella zona del Mar Nero e del Mar Caspio, è molto probabile che si fossero già accorti che il succo d’uva fermentava, provocando una certa ebbrezza in chi lo assumeva.

Nella Bibbia si narrà che Noè appena sbarcato dall’Arca dopo il diluvio piantò una vite… E non c’è da domandarsi come mai dopo 40 giorni di peripezie in compagnia di tutti gli animali della terra!

La prima zona vitivinicola fu la fertile Mesopotamia (dove adesso non si coltiva l’uva), ma anche in Egitto tra il 4000 ed il 3000 a.C. si produceva vino, sulle pareti delle tombe abbiamo pitture che rappresentano vigne e pigiatura dell’uva a piedi nudi, dentro grandi catini.

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Bacco, 1596 -1597, Galleria degli Uffizi, Firenze.

I primi commercianti furono i fenici, grandi navigatori e ottimi mercanti che diffusero la cultura del vino in tutto il Mediterraneo.

I greci la ereditarono.

Pensate ad Ulisse che ubriaca Polifemo con vino puro,  i greci avevano la pessima usanza di diluire il vino in sedici parti di acqua, lo miscelavano inoltre con resine, miele, acqua di mare e a volte delle spezie, anche i romani, nella terra chiamata Enotria (terra del vino, così fu chiamata l’Italia), ereditarono questa tradizione e lo mischiarono anche con pezzi di frutta. Pensavate che la Sangrìa l’avessero inventata gli spagnoli?

L’odierna tradizione di consumare il vino puro (grazie al cielo) la dobbiamo a quei “barbari” dei Galli! Loro rivoluzionarono il vino, nel De bello Gallico, Giulio Cesare li elogia attribuendogli l’invenzione della botte e anche dei tini.

Nel Medioevo, furono le grandi abbazie a portare avanti la tradizione vinicola, le tecniche si erano raffinate e l’uso del vino era molto diffuso. In Borgogna, i Cistercensi diedero inizo alla tradizione del Borgogna e gli inglesi divennero dei grandi importatori di vino, soprattutto dei Bordolesi. Il problema dei vini medievali,  era sostanzialmente la conservazione, andavano consumati molto giovani, perché il sapore dopo alcuni mesi era già alterato, inoltre non si utilizzava ancora la bottiglia di vetro con tappo di sughero.

Dom Perignon (1638 – 1715) nel 1668, nell’abbazia di Hautevillers, nei pressi di Reims, cambia il mondo della vinificazione, ottenendo vini bianchi da uve nere della Champagne. Perignon aveva capito che col primo caldo, i vini ottenuti da uve Pinot rifermentavano inventò allora “l’ammostatura” soffice, il vino conservato in bottiglia in cantine interrate, rifermentava divenendo frizzante e si manteneva giovane.

Dom Perignon in cantina

Tra il 1660 e il 1700 inizia la produzione del vino liquoroso, con la tecnica del “passimento“, nello stesso periodo, in Portogallo inizia la produzione del Madera, prodotto da vitigni importati da Cipro.

Nel Diciannovesimo secolo, la produzione di vino era una delle attività principali di molti paesi, subì purtroppo un grosso arresto a causa della Filossera, un insetto fitofago che attacca le radici della vite per nutrirsene, intere specie furono distrutte, il problema si risolse innestando la vite europea su quella americana.

Oggi le tecniche vitivinicole sono in costante evoluzione, si parla di vino da agricoltura biologica e senza l’aggiunta di solforosa, si parla di vino da agricoltura biodinamica attenta alle influenze degli astri, si parla di vino libero (penso al progetto di Oscar Farinetti), ma soprattutto si parla di vino e aumenta la voglia di conoscere ciò che il vino ha da raccontare, perché il vino racconta, racconta il territorio, racconta gli uomini, racconta la sua storia, racconta il terroir  e lo fa attraverso i nostri sensi.

Sta a noi saper ascoltare e definire se si tratta di pura poesia, “cultura universale o biblioteca comunale”. Parafrasando Fossati.

Geo

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