L’orto sul tetto che scotta

by Rosa Maria Tomasello
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Da quando l’uomo è comparso sulla terra e si è “evoluto”  da cacciatore a coltivatore ha avuto un bisogno sempre più crescente di aree da coltivare o colonizzare.

Il suolo però non è una risorsa rinnovabile e l’uomo, con le sue attività costituite da  infrastrutture, abitazioni e industrie, lo consuma.

   Da recenti studi è emerso che il nostro pianeta potrebbe presto non riuscire più a soddisfare il fabbisogno alimentare della popolazione mondiale, che si rivela alquanto sprecona: da un lato riusciamo a consumare più di quanto il pianeta riesca a rigenerare, dall’altro un terzo degli alimenti prodotti finisce nella spazzatura.

Si stima che, se non cambiamo il nostro stile di vita in uno che attui un consumo più sostenibile, entro il 2050 potrebbero servire tre pianeti per soddisfare il fabbisogno alimentare.

   E quindi da dove prendere nuove aree da coltivare per dare risposta ad una richiesta sempre più in aumento?

La soluzione potrebbe arrivare dalle città di qualsiasi dimensione esse siano, sia dagli spazi incolti che ancora resistono a quota zero, sia dalle grandi superfici piane che fungono da copertura dei palazzi ad altezze a volte anche notevoli.

Sul tetto di alcuni edifici infatti si trovano spazi vuoti che possono essere usati per la coltivazione di ortaggi e frutta nelle aree urbane.

Il “rooftop farming”, appunto, è la coltivazione sui tetti: la messa dimora di specie vegetali sulle sommità di palazzi, anche di significativa altezza, coltivate in aree predisposte oppure in serre.

Questa tecnica della coltivazione in altezza è nata in nord America alcuni anni fa e si sta diffondendo in Europa  e in Asia.

In pratica ha gli stessi principi agronomici della coltivazione in campo e può avere due modalità di attuazione:

la prima è una semplice coltivazione a cielo aperto dopo aver effettuato l’impermeabilizzazione dei tetti e il riporto di un volume di terra adeguato alle caratteristiche strutturali dell’edificio;

la seconda a seguito dell’installazione di serre simili a quelle presenti sul terreno.

L’ “orto sul tetto” ha numerosi vantaggi:

– lo sfruttamento di superfici altrimenti prive di utilizzo;

– l’ottenimento di ortaggi e dove possibile di frutta a chilometro zero per consumo proprio o per la vendita diretta;

– la possibilità di coltivazione biologica quindi senza impiego di prodotti chimici;

– il miglioramento del microclima a seguito dell’abbattimento dei livelli di anidride carbonica e all’incremento di quelli di ossigeno, grazie al fenomeno della fotosintesi;

– prodotti lontani dalle emissioni nocive dei gas di scarico;

– la costituzione di un isolamento termico a vantaggio di chi vive negli ultimi piani;

– la diffusione dell’orticoltura quale metodo terapeutico-curativo volto a garantire il benessere psico-fisico e capace di aumentare il grado di socializzazione tra gli individui.

   Chi progetta ha un ruolo fondamentale sia nell’impianto degli orti in edifici esistenti per le verifiche statiche ed amministrative, sia nell’inserimento già in fase progettuale, di tetti verdi negli edifici di nuova costruzione.

   E da architetto mi piace immaginare una città che vista dall’alto sia verde, una città che abbia la capacità di ricavare luoghi in cui anziani insegnano ai bambini come piantare un seme e come vederlo germogliare fino a dare il proprio frutto, un luogo dovei giovani possano trovare un motivo per vivere lontano dalla delinquenza e che possa insegnargli un mestiere.

Rosa Maria

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